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IL TACCUINO: “Un bambino e la neve”

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IL TACCUINO: “Un bambino e la neve”

PAOLO MARCACCI
Era nevicato, come diceva il professore con verbo impersonale. Per la verità stava ancora nevicando, a fiocchi larghi ed irregolari, come un brulicame di ragni che non volesse finirla di cancellare l’asfalto, i sassi del cortiletto, le macchine degli insegnanti parcheggiate dove non si potrebbe, come ogni giorno. Sembrava irreale, quello che precipitava dal cielo di Roma nord, più che dai cieli più bassi della città: da Boccea a Torrevecchia, da Montespaccato a Selva Candida, era tutta una sospensione di attimi, marmitte che riprendevano fiato, pennichella del traffico fuori orario. Federico e gli altri avevano vinto la loro battaglia di occhi sgranati alla finestra, di disattenzione totale al libro di geografia, di invidia nei confronti delle altre classi che sentivano rotolare in giardino: il professore s’era arreso presto, non poteva continuare la vita normale solo in quei quattro metri quadri, mentre là fuori più niente aveva la forma consueta. Dai tetti delle auto si poteva raccogliere già la neve sufficiente, che se non erano palle vere e proprie almeno venivano fuori dei supplì bianchi e gelati da lanciare sui piumini impermeabili o sui jeans consumati ad arte, mentre la gomma delle Nike sembrava tenere la presa. Come avrebbe scritto sul tema qualche giorno dopo, Federico sembrava alle prese con l’avverarsi di un sogno a cui non si era preparato; frenetico nel cercare di battere ogni angolo del cortile, felice di non riconoscerne alcuno, rispetto alla vista consueta: forse solo adesso che era ammantato di neve poteva aver senso chiamarlo “giardino”, visto che erano sparite la ghiaia, la ruggine delle ringhiere, le sterpaglie attorno. Nel pomeriggio gli sarebbe sembrata diversa anche la strada di casa, gli edifici della Bastogi, le siepi attorno a Via Don Carlo Gnocchi: con un po’ di fantasia sovraeccitata dal cielo latteo, anche le roulotte degli accampati potevano diventare caravan che di lì a poco avrebbero scaricato famigliole facoltose di sciatori festanti. Pensa, il cielo sopra il vecchio residence, quello dove una volta girarono persino una specie di fiction di strada che trasmise Rai Tre, uguale per una mattina a quello di Saint Moritz, di Cortina, di Bardonecchia, dove servono cioccolata “a tutta callara” e le mamme ti rimproverano in un perfetto italiano, non come il prof che quando s’incazza non controlla mai la scivolata sul romanesco. A mezzogiorno la pioggia aveva già iniziato a mitragliare di chiazze consuete quella specie di Avatar gratuito e senza occhialetti che le nubi estemporanee avevano concesso in visione, tanto è vero che Via Boccea già sbadigliava di clacson ed esalazioni diesel. C’avrebbe messo poco, pensò Federico, il paesaggio a tornare consueto, coi suoi palazzoni in mezzo al niente, con gli spacciatorelli guardinghi ad ogni angolo, con le sgommate solitarie di chi marina la scuola per provare lo scooter, con le critiche e le banalità degli adulti, comprese le mie.




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