IL TACCUINO: Una pizza poco… poetica
PAOLO MARCACCI
Che Trastevere non sia più Trastevere, come ancora ci sforziamo di conservarla nella memoria, lo dimostrano un sacco di cose, dalle macchine accalcate sui marciapiedi irregolari alle “sòle” che si prendono quando un aperitivo striminzito ti costa cinque Euro. Però quel po’ di poesia lasciatecela almeno quando si va a mangiare, magari la pizza rinomata, magari in quel cantuccio dove la simbologia del Belli e quella del Trilussa sono contigue, limitrofe, quasi fuse l’una con l’altra. Invece niente, perché fai la fila pure se ti eri premurato di prenotare, che il sabato è ibrido e se non fai “anticamera” sui sampietrini, magari a rischio pioggia,che sabato sarebbe? E vabbè, mettiamo n conto. Poi ti accorgi che accanto a te, in attesa, c’è una ragazza che tiene una torta gigante in mano, in attesa del suo turno, pazientando anche nei confronti dei trenta invitati trenta che aspetta. Non ci sono ancora tutti, ma l’ora della prenotazione è arrivata, con un filo di voce lei e gli invitati già presenti chiedono di poter entrare, che gli altri sono lì lì per giungere, tra parcheggi da inventare e traffico del sabato. I malcapitati non sanno che se prenoti per le venti e trenta, alle ventidue devi essere fuori (a calci in culo e con la fetta di pizza ancora non finita da mettere in tasca?) quindi il tavolo o lo prendi adesso e ti apparecchiano solo per quelli già presenti o alle venti e trentuno hai perso la prenotazione, te e il tuo compleanno, la tua torta gigante che pesa, la voglia di trascorrere una bella serata. Ci deve essere stato un malinteso, al telefono, perché lei aveva dettagliato le condizioni, quando ha chiamato. D’altra parte, una che porta i soldi per trenta persone, un po’ di tolleranza sull’orario può anche meritarla…Fatto sta che esce il proprietario, o presunto tale, comunque il responsabile. Voce piacionica da generone romano anni Ottanta, modi inizialmente affabili nel ribadire le regole ferree del locale sulle prenotazioni e gli orari; la ragazza e qualche invitato fanno timidissime osservazioni sugli accordi presi al telefono, con voce talmente flebile che neanche un bimbo delle elementari impreparato davanti alla maestra. Allora il coatto perde la posticcia patina di educazione e sibila: “La parola mia qui è legge, se non vi siete capiti al telefono è un problema vostro, non posso stare qui a rompermi i coglioni, se volete ve faccio il tavolo per quelli che so’ arivati, se no ciccia! Adesso vado a cenare!” e slam, chiude la porta come fosse un saloon, ballonzolando sul mocassino a punta col jeans sdrucito e la camicia elasticizzata sotto cui sta in apnea la panzetta per i troppi amari consumati tra un ordine e l’altro. La cosa incredibile è che la ragazza e i suoi invitati non fanno partire una santa barbara di parolacce, non girano i tacchi, non si scompongono. Ci rimangono semplicemente male, ma aspettano e decidono di entrare, appena il tavolo è pronto, pure se la festa è irrimediabilmente rovinata, pensiamo io e gli altri là fuori che mai festeggeremmo un compleanno di sabato a Trastevere, coi turni rigidi d’entrata e d’uscita, col gomito del vicino di tavolo nell’occhio, con la prenotazione che forse vale forse no, maltrattati per giunta nonostante una spesa per trenta coperti. Non so poi come sia andata, il tavolo del compleanno era lontano dal mio; la pizza era buona, questo si, lo pseudo proprietario si aggirava per il locale facendo il piacione con le giovanissime cameriere e all’occorrenza abbracciandosele tutte come fosse De Sica in un cinepanettone. Ho solo visto passare la torta con la candelina triste in cima e sentito un “Tanti auguri a teeee”…nel casino dei piatti e delle ordinazioni. So soltanto, Trastevere mia, che finché starai in mano a ‘sta gente, a me dalle parti tue me ce vedi poco poco…
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