In grande Amici… zia: le pagelle di Amici Al San Genesio, “L’eredità Allegroni”

IL TACCUINO: Albertazzi o son desto?

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IL TACCUINO: Albertazzi o son desto?

PAOLO MARCACCI
Un conto è andare a teatro, un conto è andare a vedere Albertazzi; si potrebbe obiettare che sono due sinonimi: obiettate pure, il teatro sa essere deludente, Albertazzi mai, è il suo grande limite. Sul palco del Ghione, sale lasciando gli ottantasei anni in camerino, ammesso che li abbia, ammesso che Albertazzi possa invecchiare, come pensa chi si lascia trarre in inganno dalla lievissima zoppìa. Da dove viene, poi, la voce? L’acustica del Ghione è perfetta, ma la voce di Albertazzi era già lì, prima delle casse, prima dei microfoni, era lì perché è lì che deve essere nata, senza stare a misurare in primavere quanto tempo fa, tanto sarebbe inutile, come quando si cerca Dante all’anagrafe. Dante, già, c’era anche lui sul palco, invitato proprio da Albertazzi, da Albertazzi interrogato, urlato, soffiato, sussurrato, abbracciato ma non come fa Benigni: come due vecchi amici che si conoscono da molto, molto tempo prima e lui te lo ricorda, ad un certo punto. E Dante si presta, si fa raccontare come a lui sarebbe piaciuto, garbato anzi; non si scompone neppure quando Albertazzi invita Shakespeare a salire sul palco: più siamo, meglio stiamo, sembrano dire in coro, tutti con la voce di Albertazzi. Ma cos’è, non chi è, cos’è, in fondo Albertazzi? Ti resta una voce roca nelle orecchie, l’impressione di una giacca scura, una camicia, nuvola di capelli bianchi: forse l’ho soltanto sognato, Albertazzi.




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