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IL TACCUINO: Io stavo col Libanese

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IL TACCUINO: Io stavo col Libanese

PAOLO MARCACCI
C’erano Libano, Fierolocchio e uno dei fratelli Buffoni, quello con la barba, seduti al tavolo con delle amiche, in fodo al locale, una pizzeria-griglieria in stile moderno, a Piazza Carpegna. Tarda ora, post-calcetto per chi cerca un approdo sicuro cheeseburger e birra. “Ho flashato!” direbbe uno con almeno quindici anni meno di me, io invece mi sono ritrovato improvvisamente in un lunedì qualsiasi di inizio autunno, qualche mese fa, quando facevo in modo di essere a casa sistematicamente perché Italia Uno trasmetteva “Romanzo criminale”, la serie. Libano beve una birra, maglioncino e panzetta appena accennata; Buffoni, bicipiti trattenuti a stento dal gore-tex, ha addosso il giubbetto Dainese da motociclista; Fierolocchio pare il più alternativo, si potrebbe tranquilamente confondere in un fine-settimana pedonale tra i localini di San Lorenzo. Qualcosa non torna: non c’è traccia di jeans a campana, giubbini di pelle aderenti, mustacchi spioventi come quelli che aveva il “Teribbile”; scommetto che non hanno neppure le pistole alla cintura e fuori non c’è parcheggiata nessuna Alfetta o Fiat 128. Ma più che altro, nota dolente per me che non ho perso neppure un fotogramma della serie, sembrano tutti ragazzini, gliene daresti venticinque al massimo di anni (d’età, senza detenzione, improvvisamente hanno pure facce da incensurati), come se i protagonisti della fiction avessero fatto in tempo a lasciare ognuno un erede somigliante come una goccia d’acqua. Forse è per questo che non mi avvicino per chiedere se il Freddo c’è poi mai andato in Brasile con Roberta, o che fine abbia fatto Shangai di Val Melaina. Però c’è un via vai al loro tavolo, mio cugino Gabriele prenota una foto con Libano, ogni tanto una ragazzetta col cellulare proteso chiede il permesso. La cosa più interessante è che chi esce dal locale saluta come si si fosse tutti dentro la serie: “Ciao Libbano!”, “Bella Buffo’!” oppure con una delle frasi divenute rituali, tipo “Rispetto!”. Persino io che vorrei adesso indicarvi come si chiamino all’anagrafe i tre giovani attori, non ho né la memoria sufficiente né tantomeno la voglia di ricorrere a Google: ho preferito raccontarvi che quella sera era compagnia del Libanese e di un pezzo della Banda. Solo loro tre, però, sembravano inconsapevoli di incarnare un mito.




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